Lazio-Inter, Conte senza smoking: mistero Eriksen! San Samir, dove sei?

Game, set and match o, per dirla all’italiana, gioco, partita e incontro. All’Olimpico di Roma, la Lazio strapazza l’Inter, ribaltando l’iniziale vantaggio nerazzurro firmato da Ashley Young grazie ai gol di Immobile e Milinkovic-Savic e scavalcando conseguentemente i nerazzurri al secondo posto in classifica.

Una serata da dress code, alla quale la squadra di Antonio Conte si presenta senza smoking, ma con jeans, maglietta e scarpe sportive. Senza badare nemmeno troppo alla scelta di colori e abbinamenti. Un abbigliamento poco consono all’appuntamento forse più importante della stagione, che avrebbe permesso a Lukaku e compagni di tenere il passo della Juventus e di staccare di quattro punti la truppa biancoceleste. Come quando, dopo aver corteggiato per anni la ragazza dei tuoi sogni e aver intascato faticosamente il suo numero di telefono, festeggiando quasi come se avessi conquistato la Coppa del Mondo, decidi di andare a prenderla a casa in sandali e calzini lunghi. Una scelta di stile che può portare verso un’unica direzione: porta in faccia e notte in bianco. E, si sa, con sandali e calzini lunghi, risulta quantomeno difficile giocare a calcio e portare a casa il risultato sperato, a maggior ragione se devi vedertela con una Lazio in palla e ormai consapevole dei propri mezzi.

Lazio-Inter, incrocio da brividi: dal 5 maggio alla sfida Champions

Ronaldo
Ronaldo, ex attaccante dell’Inter

Corsi e ricorsi storici, o forse semplicemente uno scherzo del destino. L’Inter esce battuta dalla sfida con la Lazio e scivola al terzo posto in classifica. Una congiuntura particolare che non può non riportare alla mente dei tifosi nerazzurri l’ormai celebre 5 maggio. Non stiamo parlando dell’opera di manzoniana memoria, ma forse di uno dei momenti più bui della storia della Beneamata. Correva l’anno 2002 e, con una vittoria all’ultima giornata contro una Lazio lontana dalle zone nobili della classifica, l’Inter di Hector Cuper si sarebbe laureata Campione d’Italia, a 13 anni esatti dall’ultimo tricolore. Vieri mette subito la partita in discesa, Poborsky pareggia e Di Biagio ristabilisce le distanze. Poi un errore di Gresko sul finire del primo tempo permette allo stesso Poborsky di firmare la doppietta personale, prima che l’incubo si materializzi nella ripresa con le reti di Simeone e Inzaghi. Una scena drammatica contornata dalla contemporanea vittoria della Juventus a Udine e dalle lacrime di Materazzi e Ronaldo, alla sua ultima stagione in nerazzurro. Un epilogo che sa di tragedia calcistica: altro che la Medea di Euripide o l’Antigone di Sofocle.

Ma “Di 5 maggio ce n’è uno, il 2 maggio ha tutto un altro sapore”, titola così La Gazzetta dello Sport nel 2010. La sfida dell’Olimpico, questa volta, vale il 18° Scudetto della storia dell’Inter, trascinata dalle reti di Samuel e Thiago Motta, che ricacciano la Roma al secondo posto e permettono alla banda di Mourinho di mettere una seria ipoteca sulla vittoria finale. E, dagli spalti, i tifosi biancocelesti esultano con un ironico “Oh nooo”, indirizzato ai malcapitati cugini giallorossi. La seconda tappa verso uno storico Triplete, completato dalla vittoria della Coppa Italia e dalla conquista della Champions League, a Madrid contro il Bayern Monaco.

Dalla lotta Scudetto alla più recente sfida per la Champions. Si decide, come da copione, tutto all’ultima giornata. L’Inter ha un solo risultato a disposizione per qualificarsi alla massima competizione continentale, la vittoria, ma è la Lazio a dominare, soprattutto la prima frazione di gioco. Alla fine, però, sono i nerazzurri a trionfare al termine di una partita al cardiopalma, decisa dal rigore procurato da De Vrij e trasformato da Icardi e dall’incornata di Vecino. Quattro minuti che cambiano una stagione intera e che, ancora una volta, valgono alla squadra meneghina l’epiteto di “Pazza Inter”.

Young illude, Milinkovic-Savic firma la rimonta biancoceleste

Young
Young, terzino dell’Inter

“Nessun rimpianto, nessun rimorso”, parola d’ordine degli 883 e di Antonio Conte, che ha plasmato la sua Inter proprio su questo mantra. Lo Scudetto non ha mai rappresentato, nel corso di questa stagione, una priorità per i nerazzurri, ma al massimo una opportunità da cogliere in corso d’opera, approfittando delle defaillance di una Juventus distratta e non ancora allineata alle disposizioni tattiche di Maurizio Sarri e arrivando a maggio senza, appunto, il rimorso di non averci nemmeno provato. I nerazzurri, al contrario, sono usciti dall’Olimpico coltivando il più grande dei rimpianti, ovvero quello di non aver sfruttato la possibilità di arrivare, tra due settimane, allo scontro diretto con la Juventus, a pari punti.

Un peccato capitale, reso difficilmente espiabile dall’iniziale vantaggio di Ashley Young, sorprendentemente l’acquisto più azzeccato della sessione invernale di calciomercato. Con il senno del poi e, analizzando attentamente i fotogrammi della partita, un episodio isolato, che avrebbe potuto e dovuto rappresentare un colpo da k.o. e che, invece, ha moltiplicato le illusioni del popolo interista e le energie dell’avversario.

L’Inter rientra in campo, nel secondo tempo, come un adolescente in preda ad una tempesta ormonale, disorientato dal desiderio e accecato da una quantità sterminata di sensazioni primordiali. Sintomi: vista annebbiata, pensieri alla rinfusa, calo di concentrazione e particelle olfattive pronte a captare ogni minimo odore o fragranza per individuare, scovare e assaltare la preda. Rimedi: in questa sede ne ometteremo la descrizione. Rivolgersi al proprio medico di fiducia per ulteriori informazioni. Eppure l’Inter non è un’adolescente, come dimostrano i suoi quasi 112 anni di storia. Le fattezze di un centenario e l’esperienza di una debuttante, però, contraddistinguono un secondo tempo da fiera dell’orrore che, complici le sviste in successione della difesa nerazzurra (Skriniar e Padelli su tutti ndr), permette alla Lazio di pareggiare i conti con il rigore di Immobile e trovare il gol vittoria con Milinkovic-Savic, mattatore assoluto della sfida dell’Olimpico.

Inter, quanto manca Handanovic?

Samir Handanovic
Samir Handanovic, portiere dell’Inter

Non capisci davvero il valore di una cosa o di una persona finquando non la perdi. E i tifosi dell’Inter, in queste ultime giornate, si sono accorti a caro prezzo dell’importanza di Samir Handanovic nell’economia del gioco nerazzurro. Ingeneroso il paragone con Daniele Padelli, che Conte ha dovuto ripescare dalla naftalina proprio per sostituire la saracinesca slovena, vittima di un infortunio al mignolo della mano sinistra. Risultato: se potessero, i supporters della Beneamata si dirigerebbero seduta stante al Comune per convincere il sindaco ad erigere una statua di San Samir al centro di Piazza del Duomo, proprio accanto alla Madonnina che veglia dall’alto su Milano. Contro Milan, Napoli e Lazio la seconda miglior difesa del campionato, quella nerazzurra, ha subito la bellezza di cinque reti e non saremmo onesti intellettualmente se non sottolineassimo che in un buon 70% dei gol degli avversari si può intravedere proprio lo zampino di Padelli, impreciso tra i pali e disastroso sulle palle alte.

Non è un’accusa nei confronti dell’ex Torino, che non gioca con continuità da tempo immemore, ma forse una tirata d’orecchie alla società, che ha trascurato l’ipotesi di completare la rosa con un secondo portiere all’altezza, posteggiando incautamente Radu sulla panchina del Parma. Per carità, ragionare col senno del poi è semplice per tutti, ma quando si gioca per vincere anche i dettagli possono fare la differenza. Come al sugo manca la sua “scarpetta” o come al pane manca la nutella, allo stesso modo all’Inter manca Handanovic: capitano, punto di riferimento e leader silenzioso. Perché se è vero che, dall’esterno, l’ex Udinese può anche non sembrare un gran chiaccherone, in campo la sua presenza si sente eccome, a livello prestazionale e, soprattutto, motivazionale.

Lazio-Inter, la partita secondo Conte: questa volta il tecnico non incide

Eriksen o non Eriksen, questo è il problema. Dal suo approdo in nerazzurro, il danese ha collezionato spezzoni di partita, partendo nell’undici titolare soltanto contro l’Udinese. E’ vero, l’ex Tottenham deve ancora completare un necessario quanto naturale percorso di ambientamento e di apprendimento che lo porterà, a breve, ad imporsi anche all’ombra del Duomo. Ma è altrettanto vero che il classe ’92 rappresenta la più preziosa delle risorse per Antonio Conte, che ne ha ritardato inspiegabilmente l’ingresso in campo anche contro la Lazio. Dopo il gol di Milinkovic-Savic, tutti i tifosi dell’Inter, seduti sugli spalti o comodamente sul divano di casa, avranno invocato sicuramente a gran voce l’inserimento del centrocampista e di Sanchez; il tecnico salentino, invece, ha optato per Moses.

E ancora più inspiegabile è stata la scelta di mandare anticipatamente negli spogliatoi Brozovic, tra i più propositivi, per fare entrare Eriksen nella posizione di vertice basso, dalla quale le potenzialità offensive del danese diventano difficilmente sfruttabili. L’ultima annotazione tattica riguarda Milan Skriniar, irriconoscibile come centrale di sinistra della difesa a tre. Con Bastoni in campo, lo slovacco ha la possibilità di scivolare sulla corsia opposta e, forse, è anche per questo che, spesso e volentieri, Conte preferisce proprio il difensore italiano al più esperto Godin. In determinati casi, sarebbe consigliabile abbandonare addirittura l’integralismo tattico che ha contraddistinto l’ex tecnico della Juventus finora per affidarsi ad uno schieramento difensivo a quattro e ad un centrocampo a rombo, forse il miglior sistema per esaltare le qualità e le caratteristiche di tutti gli elementi di spicco della rosa nerazzurra. Ma, cosa più importante, sarebbe opportuno non dimenticarsi di affittare lo smoking prima di una serata di gala, perché come abbiamo già visto si rischia seriamente di andare in bianco. A decidere il dress code, ora, sono Juventus e Lazio.

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